La psicoterapia serve per il Parkinson?

Non è facile convivere serenamente con la malattia di Parkinson e questo vale sia per il paziente che per il caregiver ovvero chi assiste il paziente. Inoltre, vi sono molti aspetti particolari della malattia, come, per esempio, gli episodi in OFF che possono essere molto ansiogeni e che lo psicologo senza esperienza di malati di Parkinson potrebbe non conoscere. Pertanto, vale la pena avere un colloquio con lo psicologo esperto di malattia di Parkinson per valutare se vi è qualche aspetto della malattia che crea problemi di ordine psicologico e che potrebbe essere affrontato tramite un breve di ciclo di sedute di psicoterapia.

Risposta della dott.ssa Chiara Siri alla domanda rivolta durante la Giornata Parkinson organizzata il 26 novembre 2016 presso l’ ASST G. Pini-CTO.

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Psicoterapia e Parkinson: chi ne ha veramente bisogno?

Sintesi dell’intervento della dott. Chiara Siri al 38° Congresso AIP – Maggio 2016

Nelle prime fasi di malattia le motivazioni principali per cui una psicoterapia può essere utile sono le difficoltà nell’accettare la malattia e, spesso collegati a queste, la comparsa di sintomi di depressione e/o ansia in seguito alla diagnosi.

Vi sono pazienti che non riescono ad accettare la diagnosi e, per esempio, non vogliono dirlo a nessuno, neanche al coniuge. Altre volte è il caregiver (colui che accudisce il paziente) a non accettarla. La psicoterapia può essere utile per comprendere le motivazioni per cui sussiste una difficoltà nell’adeguarsi alla malattia, motivazioni che possono essere assai varie e diverse per ogni persona, per es. paura di perdere il lavoro, sentirsi sminuiti, senso di colpa. La ricostruzione della storia del paziente è fondamentale per comprendere e chiarire per quali ragioni egli ha reagito in un determinato modo e, quindi, aiutarlo nel processo di accettazione della malattia. Spesso è utile coinvolgere la famiglia, le persone più vicine al paziente. Lo stesso vale per disturbi come la depressione e l’ansia, dove una psicoterapia può permettere la riduzione dei farmaci atti a controllarli.

Nelle fasi avanzate della malattia, inoltre, è frequente che anche (o solamente) il caregiver, ovvero chi si prende carico di un paziente con importanti difficoltà, soffra di disturbi d’ansia o depressione e che quindi possa avere bisogno di supporto psicologico.

Il Prof. Pezzoli (primario del Centro Parkinson di Milano, ndR) fa presente che vi sono delle regole per i familiari: dedicare al massimo 8 ore al giorno al paziente e dopo imporsi di dedicare tempo a se stessi. Segnala che nel 5-8% dei casi il paziente presenta compulsioni anche gravi, quali il gioco d’azzardo e chiede cosa può fare lo psicologo.

In merito alle problematiche comportamentali, uno dei ruoli dello psicologo è all’inizio della malattia, quando può fare presente che questi disturbi si possono verificare e quindi spiegare come il paziente e/o i familiari possono individuarli precocemente in modo da evitare eventuali situazioni gravi sia dal punto di vista economico (ad esempio perdite di denaro al gioco d’azzardo o negli acquisti eccessivi) sia dei rapporti familiari. Alcune alterazioni del comportamento quali, ad esempio, l’ipersessualità (problematica che può presentarsi anche nelle donne) possono essere anche molto disturbanti per la persona che può avere atteggiamenti inusuali e faticare ad accettare di essersi comportati in modo così diverso rispetto alle proprie abitudini. In altre parole, il suo ruolo consiste anche nella prevenzione. Lo psicologo può inoltre intervenire per comprendere che cosa stia alla base di certi comportamenti (per esempio, giocare d’azzardo in maniera incontrollata), ovvero comprendere che significato hanno per quella persona, nonché aiutare i familiari a capire come comportarsi in determinate situazioni.